Julien Ries docente emerito all'Università di Lovanio, è attualmente il massimo antropologo del sacro. Senza tralasciare il servizio sacerdotale, da sempre studia le connessioni tra religione e politica, tra simboli e realtà. I suoi scritti sono, a tratti difficili, ma importanti per capire la nostra società. Sulla politica: «Senza il sacro sarebbe difficile pensare o capire le ragioni ultime della politica. Gli osservatori acuti sanno che ogni intuizione politica è in parte nata da un'idea teologica. Ogni forma politica ha bisogno di sacro - dimensione dell'uomo che entra continuamente nel gioco della storia - o sparisce. E chi tende a escluderlo si illude, perché lo trasforma. Non possiamo vivere senza riti, senza simboli e senza miti, così come non riusciamo senza gli altri. Ogni partito politico è simile a una piccola Chiesa.» Sulla democrazia: «La democrazia, per realizzarsi, tende a eliminare il sacro. O meglio, si potrebbe dire che questa nobile forma di governo è un tentativo di sostituirlo con idee e progetti che mirano al bene comune. Ma, così facendo, la storia insegna che può creare un vuoto, che si colma con altre forme (a volte imprevedibili) di sacro. D'altro canto, non dimentichiamo che i totalitarismi del XX secolo, nati intorno a figure quali Mussolini, Hitler o Stalin, hanno compiuto un percorso inverso cercando di risacralizzare il potere per dotare di maggiore autorità le loro azioni: per questo hanno cancellato i rapporti democratici.» Sulla connessione tra politica e sacro: «È una storia che si perde nei tempi e che si comincia a osservare negli antichi regni dei sumeri o degli egizi, dove c'era una connessione stretta tra politica e sacro; in Grecia, invece, il rapporto salta e la politica diventa laica. L'uomo, però, non è mai riuscito a dimenticare il sacro. Eliminato da una parte, si presenta dall'altra e anche oggi fa sentire il suo peso... non è possibile fare politica ignorando le questioni religiose.» Tra simboli e realtà: «La politica vive di simboli: dall'inno nazionale al distintivo che si mette all'occhiello. Ma ogni simbolo altro non cerca di essere che la rivelazione di un mistero. Per questo le dittature li hanno moltiplicati. Hitler pensò innanzitutto a un riferimento forte. La svastica è stata forse la più grande sovversione simbolica della storia: è la potenza del sole che viene trasformata nella potenza del Führer. Ma anche la falce e il martello, che rappresentano i miti del marxismo, sono simboli formidabili. Il denaro, invece, è l'immagine del liberalismo; vale a dire, è il tentativo di rendere acquistabile e disponibile la realtà con un mezzo che si è trasformato in qualcosa di sacro.» «L'uomo di oggi cerca il simbolo, ma bisogna ammettere che non riesce a riconoscerlo. Lo confonde, lo immagina, lo scambia con altro. E continua a cadere in contraddizioni: parla ancora e sempre di nazismo e comunismo, condannandoli giustamente, ma rendendoli sempre presenti. Non ha più un'idea del sacro e a questi mali attinge qualcosa... Qualcosa di indefinito che dovrebbe indurci a riflettere seriamente.» Fonte: intervista Corriere della Sera 14-6-2007 per "L'uomo e il sacro nella storia dell'umanità" di Julien Ries - Jaca Book
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