È un uomo di poche parole e molti silenzi il capitano Andrea Manni, 5 mesi passati nell'occhio del ciclone che oggi corrisponde alla terra arida e dei tramonti sfumati dell'Iraq. Un uomo di 42 anni, laureato in fisica e chiamato a svolgere compiti di carattere tecnico e ingegneristico a Nassiriya, dall'ottobre 2003 al febbraio 2004, un arco di tempo passato senza vedere la sua famiglia, moglie e 2 figli. Un arco di tempo in cui lavorare per costruire un nuovo volto a una realtà distrutta dalla guerra, lo stesso arco di tempo in cui, proprio a Nassiriya, il 12 novembre 2003, hanno perso la vita molti giovani militari italiani, caduti nella trappola intessuta da un tragico destino. Nonostante la sua pacatezza, come un uomo forte, è capace di sciogliersi nella malinconia, mentre parla degli amici scomparsi nel drammatico attentato, ma anche di sorridere di fronte alla vita e esortare i giovani alla generosità e alla solidarietà. «Quando decisi di partire per l'Iraq avevo già affrontato un'altra esperienza al fianco dell'Esercito Italiano, nei Balcani, in Albania e Kosovo. Una realtà che si sarebbe rivelata completamente differente da quella che avrei vissuto a Nassiriya, sia dal punto di vista ambientale che politico. In Iraq ci siamo trovati a collaborare con uomini provenienti da parti del mondo lontane e diverse tra loro e a lavorare fianco a fianco con i contingenti alleati. La mia giornata iniziava con l'alzabandiera delle 8 per terminare con il calare del buio. In una situazione di caos, però, occorre stare pronti in qualsiasi momento del giorno e della notte: ci può essere bisogno del tuo aiuto quando meno te lo aspetti.» Inizia così il suo accurato racconto scandito da brevi attimi di nostalgia e ricordi e illustrato da una serie di fotografie, istantanee che penetrano nell'anima e sembrano trascinare un po' della sabbia di quel deserto, che dell'Iraq domina la realtà, e un po' della sua tristezza. La strada per Nassiriya serpeggia tra distese di sabbia calda e terra arida; sopra le vaghe piste percorse dai carri armati, si estendono cieli dai colori diluiti dal calore, opachi e sfumati, e tramonti dalle sfumature cromatiche che spaziano dal rosa all'arancione, per incorniciare il sole che muore e rinasce ogni mattina, fino a sciogliersi nel blu della notte. È in queste stesse istantanee che vediamo volti dorati dal sole, occhi ambrati e profondi, dai lineamenti preziosi come quelli descritti nella fiabe di "Le mille e una notte", volti che profumano di Oriente e incensi. Questi volti appartengono spesso a bambini e donne abbandonati a se stessi, che però sorridono di fronte alla macchina fotografica come di fronte alla speranza di un futuro migliore. Sono i volti di donne che camminano silenziose per le strade desertiche con i loro veli rosso carminio che risaltano come rubini sullo sfondo di sabbie. Sono gli occhi di uomini che camminano per le vie delle città e per i bazaar, costretti, per sopravvivere, a aspettare angeli dal cielo che coi loro aerei portino pane e acqua. Eccoli i loro angeli, sono uomini in tuta mimetica che sorridono abbracciandoli, posate a terra le armi. Talvolta, però, gli angeli non vengono accolti: c'è ancora molto ghiaccio, seppure in una terra così rovente. Il 12 novembre 2003 a Nassiriya la bandiera tricolore è stata abbassata e, con essa, per una sorta di triste armonia, si abbassano anche gli occhi del capitano, mentre ne parla. Tace, ma il suo silenzio vale più di mille parole: ripensa a quei giovani che egli stesso aveva conosciuto e con i quali era partito per recarsi là, in Iraq, e non nasconde una forte commozione. Pensa a quei giovani forti e sani, dallo sguardo limpido, il cuore grande e i sorrisi luminosi, spenti in un attimo da una catastrofe, come una fiamma uccisa da una folata di vento. Sono eventi drammatici, questi, che annichiliscono qualsiasi speranza; eppure, nel proprio animo, Andrea Manni ritrova il calore per andare avanti e, con lui, tutto il resto del contingente italiano in Iraq: l'opera non si è fermata. Le fotografie ci mostrano ora scuole, edifici in decadenza rimessi a nuovo per dimostrare che di speranza ce n'è ancora, e tanta. Molte di queste opere sono state dedicate ai nostri italiani morti a Nassiriya:i loro volti abbronzati e sorridenti non saranno dimenticati. Il suo racconto, però, non si spegne qui, ma continua a vivere in coloro che perpetuano la sua opera, e l'opera di tutti i militari italiani che hanno assolto il proprio compito recandosi in Iraq, instancabili lavoratori del bene. Alla domanda, «Capitano, tornerebbe in Iraq?», ci sorride e si volta. Il suo sguardo si posa sulla moglie e i suoi 2 bambini, seduti in prima fila, tra le molte altre persone accorse per ascoltare la sua testimonianza. Poi il suo pensiero corre oltre, lungo la trincea invisibile tra odio e solidarietà, sulla quale, ogni giorno, in Iraq si combatte. E risponde, «È difficile andare in Iraq», accenna, poi riprende, «Ci vogliono permessi speciali, lunghe procedure e un biglietto aereo di sola andata: non si sa quando si tornerà. Si sta lontani dalla proprie famiglie per lungo tempo e si vivono dei momenti estremamente duri, che mettono a dura prova la propria capacità di convivenza e pazienza». Ma il desiderio ardente del capitano Andrea Manni rompe gli argini delle difficoltà: «Comunque, nonostante tutto, la mia risposta è sì. Tornerei in Iraq». Da: Lucia Colombo Scritto da Lucia Colombo| Stampa |24 Luglio 2004 |