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Dare amore agli ultimi

Sono una infermiera e da oltre 20 anni cerco di vivere questa professione come incontro con la sofferenza dell'altro. Il malato non è mai soltanto la sua malattia, è anzitutto un uomo ammalato che richiede dedizione e Amore, oltre che preparazione e competenza. Nello scrivere la mia testimonianza, subito ho pensato, "ma io non ho niente da dire". Sì nella mia vita fino ad ora ho fatto alcune esperienze a volte particolari, altre più normali, ma sempre motivate anzitutto da un mio desiderio e bisogno di conoscere altre realtà e di dimostrare la mia vicinanza, il mio "prendermi cura" nei confronti di chi si trova in un modo o nell'altro in situazioni difficili o d'emarginazione.

Ogni anno uso le mie ferie per condividere realtà diverse e lontane dalla nostra. Sono stata più volte in America Latina e in Africa; in Israele e in Romania, ma forse l'esperienza più viva in me è quella suscitata nelle strade di Calcutta e dai poveri per i quali la strada è diventata casa. Calcutta con i suoi 12 milioni d'abitanti è caratterizzata da un'alta densità di popolazione e può sembrare solo una metropoli di miseria e di disperazione. È solo la prima impressione ma è tutto vero. C'è chi vive tra la spazzatura, trascorrendo la vita cercando qualcosa con cui sfamarsi tra i rifiuti d'altri poveri; c'è ancora la piaga della lebbra che con le condizioni igienico-sanitarie pessime continua a mietere vittime. E ancora derelitti, storpi e miseri ad elemosinare la vita sul ciglio della strada.

Ho avuto modo di conoscere e poi di lavorare per un po' a fianco delle Suore Missionarie della Carità, le Suore di Madre Teresa. A Calcutta esiste la "Casa del moribondo" dove si cerca di dare dignità a chi, dopo una vita trascorsa sulla strada, non ha né un letto né un tetto per morire. In questa casa sono accolte persone che nemmeno gli ospedali vogliono perché non essendo in grado di pagare le cure non possono essere ricoverate. Ho raccolto le persone dai marciapiedi e sono stata con loro a Kaligat dove con altri volontari e con le suore di Madre Teresa ci si prende cura di loro, in quelli che per quasi tutti sono gli ultimi momenti, o giorni di questa vita. Qui i malati hanno sì bisogno di qualcuno che li lavi, che somministri loro le medicine o ne curi le ferite, ma ancora di più hanno bisogno d'Amore e di qualcuno che tra virgolette "perda tempo" con loro, magari sedendosi ai piedi della loro brandina e li tenga per mano.

Ho sempre cercato in queste esperienze di far sentire all'altro che ho accanto, la mia vicinanza, perché ogni persona, ogni vita è degna di rispetto, è degna di considerazione. Quasi mai con questi malati si parla la stessa lingua, ma questo non impedisce di stabilire con lui, con loro, una comunione fatta d'attenzioni, di comprensione, di pazienza, di condivisione e di gratuità.

E poi a Calcutta ci sono diverse case per bambini: bimbi orfani, malati, handicappati fisici o mentali, bambini indesiderati. Negli occhi di questi bambini c'è una grande richiesta d'amore che mai è disattesa. I bambini ricevono "il pane quotidiano" indispensabile quanto l'altro pane che ricevono: il pane dell'Amore, dell'affetto, il pane di una mamma che possa coccolare, il pane di una carezza prima di dormire. Lavorando con loro per qualche tempo, ho visto, è vero, bambini che arrivano "troppo tardi", ma per la maggioranza trovare una casa, trovare l'Amore equivale a dire tornare a vivere con la voglia di ridere, di giocare e di crescere, ciò che ogni bambino avrebbe diritto ad avere...

Da: Luisa Daverio

Scritto da Luisa Daverio| Stampa |06 Febbraio 2005
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