È un caldo torrido quello che mi accoglie all'ingresso degli uffici AVSI in Kitgum. Sono le 8 di sabato 18 febbraio 2005, e ci sono già parecchie persone che al lavoro: tra questi c'è Albino Olok, logista Acholi di AVSI. È lui che mi porterà al confine col Sud Sudan dove ci incontreremo con Pietro, volontario AVSI, responsabile progetti di emergenza nord Uganda. Quello che ci aspetta è un viaggio non certo tranquillo, attraverso zone ancora oggi infestate da LRA, gruppo ribelle che ha messo a dura prova tutta la popolazione di questa regione, ormai da 18 anni. Fuori, c'è la scorta di UPDF (esercito regolare ugandese) che ci sta aspettando: è meglio non viaggiare mai da soli per non essere facile preda dei ribelli. La scorta è composta da 2 pick-up, ognuno porta, nella parte posteriore, 5 soldati armati. Si parte, davanti l'automobile dei soldati, in mezzo noi e a chiudere l'altro veicolo. Si viaggia veloci in direzione di Madi Opei, villaggio poco distante dal confine sudanese, dove si trova la dogana. Incontriamo pochissime persone lungo il tragitto, quasi tutti militari, schierati qua e là per sorvegliare la strada. Arriviamo e mentre Albino cerca di sbrigare le pratiche per il lasciapassare, tento anche di fare delle foto ma vengo subito bloccato; questa è zona militare. Si riparte, il paesaggio diventa sempre più arido, piatto. L'erba dopo mesi di stagione secca è di colore giallastro. Fa un caldo infernale e la polvere a tratti è insopportabile. Arriviamo al confine sudanese, una sbarra di legno poggiata su 2 paletti; sorrido per l'esiguità di questo confine. Rimango però colpito dalla moltitudine di persone armate che, quasi all'improvviso, mi ritrovo accanto. Siamo entrati nel territorio sudanese controllato da SPLA, l'esercito di ribelli che ha combattutto una guerra di oltre 20 anni contro il governo di Khartoum. Pochi mesi fa sono stati firmati gli accordi di pace che hanno reso la zona "pacifica": dando la possibilità alle organizzazioni internazionali (AVSI compresa), di accedere con più facilità a queste aree, per anni martoriate dalla guerra, dove manca praticamente tutto. Arriviamo in tarda serata a Isohe dopo quasi 10 ore di viaggio. Abbiamo dovuto proseguire a rilento per accompagnare i 5 camion che, nei prossimi giorni, si occuperanno della realizzazione di 15 pozzi. Con Pietro andiamo subito alla missione, alcune capanne e un edifico centrale in mattoni adibito a ostello. Ci attendono i 2 sacerdoti che la conducono: mi sento subito a mio agio. Ho viaggiato per un'intera giornata passando per territori disabitati, in mezzo al nulla o quasi e, per grazia di Dio, arrivo in un posto sconosciuto dove mi sento accolto: penso che non lo dimenticherò mai. Sono le 7 del mattino seguente, ci rechiamo in chiesa, giusto per vederla prima della celebrazione della santa messa domenicale. È un edificio imponente, tenuto benissimo, che per la sua fattezza si pone al centro di tutto. Probabilmente l'intenzione dei padri comboniani che l'avevano pensato e costruito, era quella di ricordare alla gente (anche a me) il punto a cui guardare, Cristo. Usciamo verso il convento delle (3) suore. Ci accoglie suor Pasquina, un vero portento: da sola gestisce la scuola primaria, l'unica nel raggio di non so quanti chilometri, composta da 1500 bambini (1300 ospitati perché provenienti da troppo lontano). Mi racconta delle difficoltà che quotidianamente incontra, soprattutto per le famiglie degli alunni molto povere: è difficile chiedere loro dei soldi per la scuola. Allora ha trovato una soluzione, mi spiega contenta e soddisfatta: chiede un contributo in natura, una capra, galline. E loro, le famiglie, si sono organizzate: alcune si sono messe insieme e hanno portato una mucca. Vedo la cassaforte della scuola: un recinto con gli animali che la gente porta. Tutto questo verrà usato durante l'anno per dar da mangiare agli alunni. Dopo la santa messa, con Pietro ci rechiamo dove la ditta incaricata ha iniziato a scavare il primo pozzo. C'è una folla incredibile che, vicina alle enormi macchine, assiste ai lavori; l'attesa per l'acqua è veramente tanta. Questa farà la sua comparsa nel primo pomeriggio, con un'imponente spruzzo, alto diversi metri. Il mattino seguente si parte per verificare la posizione dei prossimi pozzi da scavare. Il primo dista solo 20 Km da Isohe, ma sembrano 100 talmente la strada è un tracciato a volte confuso in mezzo all'erba. Qui già esiste una fonte ma, essendosi guastata, si può avere pochi litri di acqua ogni ora. La gente del posto ha dovuto così cercarne un'altra... a circa 2 ore di cammino. Con i responsabili della ditta incaricata, iniziamo a verificare se è possibile riparare la preziosa fonte. Dopo una iniziale indecisione, smontiamo tutto, non è semplice e richiede tempo. Ma ecco: è un tubo a circa 20 metri di profondità, pieno zeppo di sabbia. Ora siamo sicuri che si potrà riparare! Domani arriverà il camion con l'immenso compressore che pulirà tutto. Il pozzo sarà inagibile per oltre 24 ore ma poi tutto il villaggio avrà acqua a volontà, finalmente! Il nostro lavoro si svolge alcune volte in zone pericolose come questa. A volte si scontra con culture radicalmente diverse dalla nostra. Alle volte la burocrazia dei progetti umanitari ti fa arrabbiare per le scelte magari poco giuste o per la lentezza con cui gli aiuti arrivano alle persone che realmente ne hanno bisogno. Ma di sicuro è pieno di soddisfazioni, anche piccole, come questo semplice pozzo che renderà la vita più facile a qualche centinaia di persone. Soddisfazioni che riempiono il cuore e non verranno dimenticate... Si riparte, questa volta verso un centro sanitario abbandonato. AVSI nei prossimi mesi si occuperà anche di far ripartire il sistema che, per parecchi anni, è rimasta bloccata o, nei casi migliori, ha lavorato a un regime bassissimo. Si pensa di far diventare il centro sanitario di Isohe, gestito dalle suore, il punto di riferimento della regione e di potenziare o addirittura di far ripartire i piccoli centri sparsi sul territorio: una bella sfida. Dopo alcune foto e esserci resi conto delle condizioni dello stabile ripartiamo. Ormai sono quasi le 6 di sera, è meglio affrettarci, la notte si avvicina veloce: qui si passa dalla luce al buio in una trentina di minuti, sempre verso le 19 circa. La mia partenza in aereo per Kampala (capitale dell'Uganda) è prevista in tarda mattinata da Ikotos, villaggio distante un 40 minuti d'auto da Isohe. Dopo aver fatto visita alle autorità locali (è sempre meglio farsi conoscere da chi comanda in loco), procediamo verso "l'aereoporto": una lingua di terra lunga appena 1 km con un'accogliente capanna ai bordi come sala d'attesa, vuota. Un aereoplanino atterra (Cesna 5 posti) con gran baccano. Il pilota ritira il biglietto, salgo, mi allaccio le cinture. Saluto Pietro che ritornerà a Kitgum domani dopo aver controllato come procedono i lavori. Si parte e il mio primo viaggio in Sudan termina qui. Molti mi hanno chiesto il perché io, padre di famiglia "comodamente" assegnato a Hoima, abbia accettato di andare in Sud Sudan. Ecco, non si deve dimenticare - lo dico soprattutto a me stesso - che io qui innanzitutto sono venuto in missione, per comunicare quanto di bello nella mia vita ho incontrato, attraverso il mio lavoro, stando con le persone. Questa scelta l'ho fatta in un contesto particolare, l'Africa. E non sono stati i grandi proclami per salvare questo continente, ma un gruppo di amici che si è messo insieme e che col tempo e con fatica ha pian piano creato un'opera che tenta di aiutare questa povera gente. Soprattutto iniziando attraverso una presenza, un condividere insieme la vita. Presenza carica di un incontro che mette al centro di tutto Cristo. Poi ho accettato anche per la richiesta di un amico: il condividere direttamente con qualcuno un'esperienza, mi ha sempre fatto gustare di più le cose, me le ha rese più vere! Scritto da Stefano Antonetti| Stampa |20 Aprile 2005 |