GloriaOnline

dal 2000 il Portale Cristiano Cattolico


Ogni mano, per quanto piccola, lascia un'impronta nel mondo...

I ragazzi della rosa bianca

La Germania non cancella il passato e c'è una generazione, o almeno i superstiti, che non sfugge agli esami di coscienza. Anche il cinema racconta il tempo di Hitler e di quei pochi che seppero opporsi alla follia assassina del Führer. Un film di Mark Rothemund racconta la vicenda eroica dei ragazzi della rosa bianca in "Sophie Scholl - die letzen Tage". Ho conosciuto Inge Scholl, la sorella: dirigeva a Ulm l'Università popolare, vestiva sempre di scuro, portava gli occhiali, parlava sottovoce, con molta dolcezza. Il fratello Hans era stato decapitato per ordine del Führer, e così Sophie; Werner, il più piccolo, disperso in Russia. Mi mostrò alcune fotografie: in una compariva Hans, in divisa della Wehrmacht, nel 1942. È alla stazione e conversa con dei camerati. Fra poco salirà sul treno che lo condurrà al fronte. Sophie si è arrampicata ai cancelli, e ha in mano un garofano: è una ragazza bruna, dai capelli sconvolti; sul fondo si vedono alcune vecchiette che forse chiacchierano della margarina che scarseggia, o delle necrologie dei giornali che ogni giorno si allungano.

Inge raccontò la loro storia. Hans studiava medicina; gli piacevano le gite in montagna, suonava la chitarra, attaccava ai muri della sua stanza riproduzioni di Gauguin e di Van Gogh, leggeva i poeti. Era stato, naturalmente nella Hitlerjugend: le bandiere al vento entusiasmavano gli adolescenti, li eccitava il rullo dei tamburi, e l'idea di una Germania che il Führer voleva grande e potente. La Germania, però, per Hans Scholl, era anche qualcosa di preciso: era l'odore di mele che, a settembre si diffonde ovunque, i fiumi e i campi della Baviera, le foreste nella cui ombra si rifugiano i caprioli. Per lui era patria anche Bach, e anche il proibito Mendelssohn e Goethe e anche i libri mandati al rogo, e i quadri relegati in soffitta. Perché il ragazzo della Hitlerjugend non era sfuggito alla sua crisi: piano piano si era convinto che il padre, un vecchio liberale, non aveva tutti i torti.

Poi vide un plotone di SA (i reparti d'assalto del partito) sfilare ordinato per andare a sputare sulla faccia distrutta di un professore che non aveva fatto altro che rifiutare una tessera. Poi lesse, ciclostilata, la lettera che von Galen, il vescovo di Münster, aveva indirizzato ai fedeli per denunziare la violenza nazista: «Noi non siamo il martello ma l'incudine, ed altri battono su di noi». E Sophie Scholl, la studentessa in filosofia, una signorinetta allegra che era lieta di seguire il fratello nella scoperta del mondo. Erano gli anni dei film francesi di Renoir e di Duvivier, i film che esprimevano il disgusto per una certa vita. Cominciarono a compilare messaggi di rivolta, che firmavano con un nome romantico "La rosa bianca" e a stamparli in uno stanzone abbandonato, a distribuirli nelle cassette della posta, nei corridoi, nelle aule universitarie.

Il 18 febbraio 1943 Hans e sua sorella Sophie vennero arrestati, e con loro Cristoph Probst. Hans aveva 25 anni, 24 Probst, 20 Sophie. Per lunghe ore furono interrogati; la Gestapo parlava loro dell'onore tedesco, della ineluttabile vittoria del nazismo. Cercavano una conversione, ma volevano soprattutto dei nomi. Non li ebbero. Capivano, i tre ragazzi, che erano soli, e che nulla avrebbe potuto più salvarli. «Che bel giorno», disse Sophie ad una compagna di cella, «che sole magnifico, e io debbo morire.» E Hans si arrampicò per poter vedere, dalla finestra della prigione, la luce della primavera che avanzava. Venne il processo. I giudici indossavano toghe rosse, il presidente Freisler urlava le sue domande. «Quello che noi abbiamo scritto», disse Sophie, «molti lo pensano, ma non osano dirlo.» Ci sono nell'aula anche i signori Scholl, avvertiti da un ignoto studente: sono appena giunti in tempo per ascoltare il presidente Freisler che legge la condanna a morte.

Ai genitori viene concesso di stare accanto ai loro ragazzi in attesa che il boia concluda. Prima appare Hans, più magro, quasi sottile, trasfigurato. Stringe la mano a tutti e dice: «Non sento odio, tutto ciò che mi circonda è lontano, lontano da me». Si allontana assorto, ed è ormai davvero lontano. Poi una guardia accompagna Sophie: cammina adagio, diritta, non mostra alcuna emozione. Accetta dalla madre i cioccolatini che Hans non aveva voluti. «Non avevo ancora mangiato», dice e la madre le mormora, per consolarla, «Cara, pensa a Gesù». «Sì», risponde Sophie, «ma anche a te». E se ne va. Sophie viene condotta sul palco per prima. È il 22 febbraio 1943. Inge Scholl, che doveva fare tutto in fretta perché aveva quattro figli piccoli e doveva approfittare anche del momento in cui dormivano, mi disse: «Crescono sereni, non possono nemmeno immaginare che allora si potesse andare in prigione per avere ceduto, sul tram, il posto a un ebreo malato. Non sanno nulla di quell'altro mondo, del nostro mondo».

Fonte: rubrica "Annali" di Enzo Biagi su "L'Espresso"

Oggetto: "La rosa bianca – Sophie Scholl" regia di Mark Rothemund

Da: Luca Piazza

Scritto da Luca Piazza| Stampa |10 Maggio 2005

Contenuti simili