Dicono i giornali che Rita aveva scoperto la sua gravidanza insieme al cancro che cominciava a divorarla. Due inizi, due "cose" ancora molto piccole. Era possibile eliminarle entrambe proprio perché agli inizi e perché piccole. Ma per distruggere il tumore bisognava distruggere anche l'embrione. Difatti i medici avevano subito consigliato l'aborto e, per rendere particolarmente autorevole il consiglio, lo avevano messo anche per iscritto. Ma Rita si era schierata a difesa del piccolo figlio, quasi invisibile, silente, appena rivelato, quella minuscola "cosa" forse più piccola del tumore. Aveva detto di no, che era «come se uccidessi uno dei due ragazzi che ho già partorito. Non posso salvare la pelle uccidendo un figlio». Un giornalista fa una domanda al marito, «crede che faranno santa sua moglie come Gianna Beretta Molla?» L'uomo risponde soltanto, «credo che mia moglie sia un esempio per molti che decidono l'aborto per molto meno». Era il 26 gennaio 2005 quando leggevo sui giornali di Rita Fedrizzi di Pianello del Lario (Como), felicemente sposata, 41 anni, insegnante di lingue in un liceo, madre di tre figli, morta a tre mesi dalla nascita dell'ultimo, Federico. Rita è morta per far nascere Federico! Per non ucciderlo quando lui era così piccolo da essere molto più vicino alle misure di un embrione in provetta che a quelle di un neonato. Fin qui il fatto che tutti i giornali hanno poi raccontato con commossa partecipazione, anche quelli che quasi quotidianamente si ostinano a trovare argomenti contro l'affermazione che l'uomo è uomo fin dal concepimento. E allora mi sono detto: perché continuare a cercare testimonianze autorevoli a favore della vita umana prima della nascita? Quale più grande di questa? Non tanto il coraggio e la generosità di Rita, ma il fatto che nessuno, proprio nessuno, dice che ella è stata una pazza, una stupida. Nessuno dice che la sua decisione è stata immorale. Perché se Federico non fosse stato Federico fin dall'inizio, ma soltanto un grumo di cellule, un "ricciolo di carne", una "cosa" insomma, proprio questo si dovrebbe dire: che per una stupida credenza Rita si è sottratta alla sua responsabilità di madre di due figli e di moglie. Non altrimenti diremmo di una madre che preferisse morire piuttosto che togliersi le tonsille o una unghia incarnita. E così, tutti, ma proprio tutti, con le lacrime agli occhi nel leggere i giornali, dicono che «è una eroina», «un esempio». Se tutti lo considerano un gesto nobile vuol dire che tutti dichiarano che quel feto al momento del suo comparire dal nulla non era come una tonsilla o un'appendice. Non era una cosa. Era un essere umano. Era Federico. Vogliamo essere più "neutrali"? Possiamo dire che tutti, ma proprio tutti, testimoniano dal profondo del loro cuore e della loro mente che l'affermazione di Rita, non espressa solo a parole ma con i fatti, che Federico non ancora nato aveva lo stesso valore degli altri due figli già nati, è una affermazione ragionevole. Davvero molto ragionevole. Risorse utili: MPV Movimento per la Vita per qualsiasi aiuto e info, anche numero verde per i giovani.
Argomenti: Testimonianze | Aborto | Scritto da on. Carlo Casini| Stampa |11 Maggio 2005 |