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Antilingua per cambiare la realtà

Esistono oramai delle sistematiche manipolazioni del linguaggio per non dire quanto si dovrebbe dire o significare. Presa alla lettera, una parola dovrebbe indicare, forse in modo brutale ma veritiero, ciò per cui è nata, il suo significato comunicativo. Ma sperimentando la potenza della suggestione delle parole che nascondono la verità di cui si ha paura, si possono vincere tanti dubbi. Le parole vere possono essere precedute da altre rassicuranti o fuorvianti. Trasformare una parola poco invitante in una meno scostante si ottiene l'effetto voluto di far cadere le barriere psicologiche istintive, di cambiare la realtà. Siamo in piena "antilingua", come potremmo giustamente definirla.

Questo termine venne usato per la prima volta per descrivere un particolare modo di scrivere e di parlare da Italo Calvino nel 1965, nel corso di un dibattito sull'uso della lingua italiana iniziato da Pier Paolo Pasolini. Era ben individuabile allora nel campo tecnologico e burocratico, in contesti quindi meno ampi e diversificati rispetto ad oggi. L'antilingua ha come caratteristica principale, scrisse Pasolini, «il terrore semantico, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato. Nell'antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente». E aggiunse: «La motivazione psicologica dell'antilingua è la mancanza di un vero rapporto con la vita, ossia, in fondo, l'odio per se stessi. La lingua, invece, vive solo d'un rapporto con la vita che diventa comunicazione». Infatti la comunicazione è tale se veritiera, invece l'antilingua è il contrario della comunicazione, in quanto non comunica la verità delle cose. Essa è anche trasmissione di ideologie, strumento di persuasione, annullamento di significato, modo per piegare la parola a propri fini.

L'antilingua può essere definita un insieme di parole dette per non dire quello che si ha paura di dire. La sua filosofia è assai vicina al linguaggio "politically correct" (politicamente corretto) nato negli Stati Uniti per un impiego politico da una parte della sua classe dirigente. Alla base di tale "strumento" culturale vi è l'idea che non si cambia una società se non si cambia il suo linguaggio, come ben insegnò, nella sua Appendice, il celebre "1984" di George Orwell.

L'antilingua ha avuto un impiego e uno sviluppo impressionanti proprio nell'ambito del dibattito culturale e della propaganda politico-ideologica e comporta un mutamento preliminare e radicale del linguaggio. È capace di arricchirsi di nuovi termini, sono tutte quelle "parole dette per non dire quello che si ha paura di dire" (una formula che esplicita il pasoliniano terrore semantico), e di riutilizzarne di vecchi in nuove "collocazioni". Non esiste coerenza per gli antilinguisti perché la parola è a loro disposizione, se fallisce ne coniano altre. Se si conclude una "campagna pubblicitaria" se ne preparano di nuove e più efficaci. L'antilingua è fatta per trasmettere impressioni, semplificazioni, fughe dalla verità (il terrore semantico), decolpevolizza e soprattutto produce anestesia etica a vantaggio dei "manovratori".

Come evitare una propaganda senza senso al solo fine di nascondere la realtà? Cosa appartiene all'antilingua, se non la menzogna e il raggiro? Un modo per districarsi in una falsa comunicazione è proprio quello di puntare all'essenziale del messaggio, togliere il rumore assordante per valutare quanto viene effettivamente comunicato, e da chi. Spesso emerge il nulla o il fuorviante. Purtroppo non è un problema solo legato alla comunicazione verbale o scritta ma ha raggiunto anche la diffusione dell'immagine. Una immagine che ci frastorna e ci aggredisce con mille distrazioni e messaggi subliminali anch'essi fuorvianti, anch'essi svuotati di senso. Davvero difficile in un mondo che sfoggia il falso discernere "il buon seme dalla zizzania" ( cfr Mt 13,24-30) e per questo occorre sempre avere un forte e preparato spirito critico, saldo su valori morali ed etici certi, perché non si confonda il bene con il male e la verità non soccomba alla falsità.

Da: Pietro Alaterna

Scritto da Pietro Alaterna| Stampa |31 Luglio 2005

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