Ogni volta che affronto l'argomento mi viene una certa stretta al cuore e provo un umiliante senso d'impotenza: da un lato la carità mi sollecita in tante direzioni, dall'altro, come far fronte alle molteplici invocazioni d'aiuto? Personalmente non ho che da rammaricarmi per il bene che nella vita avrei potuto fare e non ho fatto. Uno se ne rende conto quando i capelli si fanno grigi, gli anni gli sfuggono di mano e comincia a fare i conti con la morte che verrà «come un ladro» (1Ts 5,2) a rubargli quell'opportunità irripetibile di amare Dio facendo il bene agli altri e, quindi, a te stesso. Mi risuonano spesso nelle orecchie le parole che San Giovanni di Dio, il grande mendicante di Granata, gridava per le vie della sua città quando elemosinava per i poveri: «Fate del bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio!». Farsi del bene... investire nella Borsa, in Titoli, in Azioni di Dio... dovrebbe essere l'intuizione massima dell'intelligenza e della scaltrezza umana e invece... A vent'anni ho avuto la grazia di entrare per qualche ora nel carcere milanese di San Vittore, proprio nel giorno di Natale. Condotti dal Priore dell'Ospedale San Giuseppe, lì vicino, per via di una tradizione consolidata, abbiamo provveduto personalmente alla consegna di un pacco-dono ai carcerati senza parenti, passando di cella in cella. Che impressione! Erano i tempi in cui Papa Giovanni XXIII, sorprendendo tutti, si era recato al "Regina Coeli" di Roma, proferendo parole indelebili: «Sono venuto, mi avete visto, ho messo i miei occhi nei vostri occhi...» Di quella mia visita mi sono rimaste delle suggestioni profonde ma anche banali: il contrasto tra il pavimento di cemento, non piastrellato ma lucidissimo, tirato a cera, nel reparto donne e la desolazione delle celle maschili, già allora super-affollate, disordinate, con un disgustoso pisciatoio in un angolo. E il menù di Natale: pentoloni di minestrone, pasta e fagioli, piatto unico, scodellato in tazze ammaccate di alluminio. Non posso dimenticare quei luoghi che sarebbero divenuti abituali per il Cardinale Carlo Maria Martini che non si limitava a visitare il carcere a Natale ma lo sentiva invece come un vero problema cruciale del suo ministero episcopale (proprio come il grande teologo protestante Karl Barth che in un carcere svizzero andava ogni Domenica a condividere il Pane della Parola di Dio). Quando divenne arcivescovo di Milano, la sua prima iniziativa pubblica fu una visita al Carcere di San Vittore, il punto più cruciale, il nervo più scoperto, dolente, della Chiesa locale. Nel suo gesto voleva far echeggiare le parole di Gesù: ero «carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). I tempi sono cambiati e la cultura carceraria ha fatto passi in avanti. Ma fino a che punto? I detenuti spesso non trovano posto nella pietà degli uomini, e in ciò i cattolici non si distinguono dai non credenti. Temo i cristiani quelli granitici, quelli che guardano «la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo» (Lc 6,41), sedicenti cattolici-tutto-d'un-pezzo, gente che mi fa paura perché non fa sconti, quelli che Gesù ha ammonito: «Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello» (Lc 6,42). E infatti gli sconti vanno fatti e il "visitare i carcerati" non può consistere in un torrone, una fetta di panettone e due mandarini consegnati a Natale. E nemmeno nel chattare sull'argomento prima di coricarsi. Occorrono i fatti! Il Card. Martini, con i suoi costanti e appassionati interventi pubblici sulla giustizia e il sistema carcerario aveva aperto una strada. Solo che questi inviti rivolti non solo ai fedeli ma anche ai laici, ai membri delle Istituzioni, ai privati cittadini, miranti a coinvolgere tutti in una riflessione sulla pena e sulla detenzione perché si mettano al centro la dignità della persona, la carità e il perdono non trovano mai un aperto rifiuto. Anzi! Ma le tante ragioni dettate dal "comune buon senso" sembrano proprio fungere da antidoto contro ogni tentativo di cambiare la pena da afflittiva e punitiva in progetti di crescita umana. Insomma, la mentalità diffusa è questa: al male del reato si deve rispondere col male del carcere. Bisogna riconoscerlo, il tema dei "fratelli carcerati" non è all'ordine del giorno nelle Chiese locali, come non lo è abbastanza quello della sofferenza, dei malati. Sia la pastorale carceraria che quella sanitaria sembrano demandate ai poveri Cappellani delle carceri o degli ospedali. Ma qui non è il caso di aprire un altro capitolo dolente. «Ho messo i miei occhi nei vostri...» Confesso di essere il primo inadempiente in materia e, se oso trattare l'argomento è proprio per mettermi in discussione. Le problematiche sono di una sempre bruciante attualità e rischiano di scottarci a causa delle nostre convinzioni personali e di tante paure collettive. E se devo essere sincero, più di una volta ho troncato questo scritto per via di una forte resistenza: il timore di passare per il "buonista" di turno che, tanto, non ci rimette di persona. Allora proverò a parlare brutalmente con me stesso:
Mentre mi accingo a un esame di coscienza così impegnativo, mi sento trascinato a sbarazzarmi della questione con dei comodi argomenti: "Ma a te che te ne frega dei carcerati? È problema tuo? Cosa puoi farci? Sei stato bene fino ad ora senza pensarci; perché vorresti turbare proprio ora i tuoi sonni e quelli degli altri? Hanno sbagliato? Paghino! Le carceri scoppiano? Rispedite gli stranieri ai loro paesi; perché dobbiamo anche mantenerli i signori delinquenti?". Pensate di quali farneticazioni è capace la mia mente. E se poi due, quattro, otto ragionano così... perché meravigliarsi più di tanto delle notizie che ci pervengono dai mezzi di comunicazione? Da: Angelo Nocent Scritto da Angelo Nocent| Stampa |18 Gennaio 2006 |