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Einstein nega la relatività

«Ogni cosa è relativa» è una interpretazione comune della teoria di Einstein. Un cortometraggio degli anni Venti dava una presunta spiegazione della relatività mostrando un orologio che sembrava andare più lentamente agli occhi di uno scolaro impegnato in un esame. Ma queste "spiegazioni" comuni non fanno che confondere uno stato emotivo con un presupposto della fisica; una confusione che purtroppo lo stesso Einstein, senza convinzione, contribuì a diffondere. In un articolo, comparso sul "Times" di Londra del 28 novembre 1919 poi ristampato in tutto il mondo, Einstein scrisse, «Ecco un'altra applicazione del principio di relatività per il diletto del lettore: oggi mi si descrive come un "erudito tedesco" in Germania e come un "ebreo svizzero" in Inghilterra. Ma se un giorno il mio destino fosse di diventare una bestia nera, mi trasformerei in un "ebreo svizzero" per i tedeschi e in un "erudito tedesco" per gli inglesi». La vera lezione della relatività, invece, era l'esatto opposto di "ogni cosa è relativa": alcune cose non lo sono. Ciò che è relativo sono le osservazioni compiute tra due sistemi fisici distinti. Ciò che non lo è, è il singolo insieme di leggi che descrive la relazione fra questi due sistemi.

Il fisico tedesco Max Planck, che aveva appoggiato Einstein fin dall'inizio, inventò l'espressione "teoria della relatività" nel 1907 e lo stesso Einstein dal 1911 in poi ne accettò l'uso ormai comune dell'espressione per abbandonare il termine che preferiva di "InvariantenTheorie" (teoria invariante) che rispecchiava meglio le sue intuizioni, cioè un unico insieme di spiegazioni per qualsiasi relazione nell'ambito della fisica.

Einstein riteneva che dedurre da una teoria fisica un'asserzione sulla condizione umana fino ad incidere sul senso stesso della vita, e quindi trarre da una proposizione matematica una conclusione esistenziale «non solo è un errore ma ha in sé qualcosa di riprovevole».

A questo proposito è interessante notare che nel 1921, due anni dopo i risultati ottenuti dalle spedizioni scientifiche che avevano studiato l'eclisse che confermarono le sue teorie, un altro grande nome Freud si erse in difesa di Einstein e si mostrò irritato dalla denominazione impropria che era stata applicata alla sua opera: «La conoscenza recentemente acquisita della cosiddetta teoria della relatività ha avuto presso molte persone che la magnificano, senza peraltro comprenderla, l'effetto di diminuire la loro fiducia nell'attendibilità obiettiva della scienza».

Nel 1933 dal padre della psicanalisi Freud un sostegno ulteriore a quest'argomentazione: «Nichilisti intellettuali se n'erano già visti in passato, ma si direbbe che attualmente la moderna teoria fisica della relatività abbia dato loro alla testa. Secondo questa dottrina anarchica, non vi è alcuna verità, alcuna conoscenza accertata del mondo esterno. Ciò che noi spacciamo per verità scientifica è solo il prodotto dei nostri bisogni, così come sono spinti a manifestarsi dal variare delle condizioni esterne, ed è quindi a sua volta un'illusione. In fondo noi troviamo solo ciò di cui abbiamo bisogno e vediamo solo ciò che vogliamo vedere. Non possiamo fare altrimenti. E dal momento che il criterio della verità - la concordanza con il mondo esterno - viene a mancare, è del tutto indifferente a quali opinioni aderiamo. Tutte sono ugualmente vere e ugualmente false. E nessuno ha diritto di accusare l'altro di errore». Come dire tutto è in discussione e niente è certo...

Einstein cercava nel proprio lavoro l'esatto opposto di quella mancanza di significato che si deplorava: egli cercava dei principi inflessibili in grado di spiegare il tutto. Che poi riuscisse nel suo intento era materia di dibattito ma non era certo sua intenzione costruire nuove percezioni ma l'effetto risultò "rivoluzionario": la comparsa di vecchie percezioni sotto una nuova luce che conduceva gli scienziati e persino il pubblico ad una nuova concezione della percezione nel suo complesso e declinandola sul senso e i valori della vita nel suo significato più ampio. Eccoci infine giunti allo smarrimento dell'uomo contemporaneo per il relativismo.

Da: Ennis Savana

Scritto da Ennis Savana| Stampa |03 Marzo 2006

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