La parola di Kole: «Io ti perdono» è la risposta ad una cultura della vendetta. Il Natale dell'anno 2000 fu particolare per la coincidenza di due grandi eventi: Dio si faceva uomo e un semplice contadino di villaggio abbracciava l'uccisore del proprio figlio. Quella di Kole e Arben è una storia vera, da raccontare. Kole Ndoka, un albanese di 60 anni, una mattina del luglio 1997, si vide portare a casa il corpo del giovane figlio Ndrec, ucciso da un ragazzo dello stesso villaggio, ritenuto il più duro della banda. Arben compì l'assassinio a sangue freddo, al mattino, in piazza, mentre Ndrec tranquillo stava salendo su un furgone. Si trattava di una sistemazione di conti e l'omicida si rifugiò sulle montagne per sfuggire alla cattura. Erano gli anni in cui in Albania regnavano il caos e la giustizia fai da te; è per questo che in verità la polizia non si diede molto da fare per cercare il colpevole. Il delitto impunito, aveva portato tanto dolore alla famiglia di Ndrec, che senza una ragione si era visto uccidere il figlio minore, il migliore! Non si può vivere però tutta la vita nascosti nel bosco o scappando, così Arben decise di presentarsi alla polizia. Così avrebbe avuto anche uno sconto di pena. Negli anni del carcere, pochi, troppo pochi per un omicidio, ripensò al suo passato. Una ragazza, che aveva deciso di sposarlo, lo aiutò a cambiare vita e gli stette accanto nonostante la vergogna di avere il fidanzato in carcere e sotto la paura della vendetta. Anche una sua compagna di scuola, che aveva scelto la vita religiosa, lo consigliava scrivendogli delle lettere e pregando per lui. Allo scadere dei tre anni di detenzione era libero, ma pendeva una sentenza ancora più terribile, quella del Kanun. Secondo questa antica legge popolare, la famiglia offesa aveva diritto alla vendetta e tutti nel villaggio sospettavano già di un piano da parte del fratello della vittima, Bardhok. Kole, invece, il padre, seppur tentato a seguire il Kanun, viveva l'uccisione del figlio su un altro piano. La fede che contraddistingueva la sua vita era vissuta come una risposta a quel Dio che per amore perdonava dalla Croce. Come allora poter solo pensare alla vendetta?! Noi, Ambasciatori di Pace, capimmo che nel cuore di quel padre c'era posto per un perdono autentico. Facemmo sapere ad Arben che, se fosse stato pronto, avrebbe potuto bussare a quella casa. Era vicino il 25 dicembre: Natale. Poteva essere questa la data per una riconciliazione tra le due famiglie, ma molti erano convinti che Arben, così orgoglioso, non avrebbe mai accettato l'umiliazione di attraversare il villaggio a capo chino. Ma l'imprevedibile è accaduto. Dio sa quando toccare il cuore delle persone per farsi ancora più presente. In quella fredda mattina di dicembre, si compose un piccolo corteo silenzioso che avanzava per le viuzze del villaggio, seguendo il sacerdote che mostrava il libro della Bibbia e gli Ambasciatori di Pace, testimoni di un grande evento. Dio fatto Uomo dona la forza del perdono e il coraggio di chiedere perdono! È stato l'amore che ha piegato l'orgoglio di Arben e ha aperto alla tenerezza il cuore di Kole. L'abbraccio di riconciliazione tra il padre, a cui l'odio aveva tolto il figlio, e Arben avvenne in chiesa, davanti all'assemblea che comprese pienamente la sincerità e la straordinarietà di quel gesto. «Ti perdono», una parola pronunciata con emozione, dolore e convinzione. Si trattava di una scelta coraggiosa, personale, ma al tempo stesso comunitaria, un impegno con Dio, con i propri cari e soprattutto con colui che aveva portato tanto dolore in quella famiglia. Durante quell'abbraccio, lo stupore e la commozione di tutti crebbero a dismisura quando Arben invitò la famiglia di Kole a casa per il pranzo di Natale, mentre Kole promise ad Arben che sarebbe stato suo padrino nel momento in cui avrebbe deciso di ricevere il battesimo. Arben è uscito da questa vicenda, rinnovato, ha cancellato dal suo volto quella grinta di giovane prepotente. Ora vive all'estero, ha un lavoro modesto, ma onesto. Ci sono voluti ben quattro anni di cammino, di ricerca, di fatica per arrivare con decisione al battesimo. Dal 2000 al 2004 nei periodi di ferie, quando tornava al suo villaggio, incontrava chi lo preparava al sacramento. Nel suo cuore Dio aveva iniziato una vera trasformazione: l'arroganza, l'odio, la violenza avevano lasciato posto alla docilità, all'umiltà, valori necessari per riconoscere la presenza di Dio in noi. Finalmente, il 6 gennaio 2004, Kole, fedele alla promessa, è divenuto padrino di Arben, ha lui stesso sostenuto il catino con l'acqua per il battesimo, di fronte a lui non più un omicida, ma un figlio di Dio. A noi hanno ricordato l'impegno a promuovere sempre nuove vie di riconciliazione e di pace e a rifiutare la vendetta come mezzo per la risoluzione dei conflitti. Abbiamo visto con i nostri occhi quanto immensi sono l'amore e la forza del perdono. Tutti noi possiamo, dobbiamo testimoniare che riconciliarsi è bello, è difficile, ma soprattutto è possibile! [NdR] L'Albania è uno Stato solo dal 1912; per secoli si è retta sui Kanun, raccolte di norme consuetudinarie garantite dalla forza della tradizione e dall'autorità dei capi tribù. Altro fondamento è l'onore: «l'onore sulla fronte ci è stato impresso dal sommo Iddio». Colui che subisce oltraggio e non reagisce è socialmente rovinato. Ne deriva la Gjakmarrja, la vendetta di sangue, cioè il diritto dei familiari offesi da un omicidio di rivalersi contro l'omicida o i suoi parenti maschi. Unica alternativa: il perdono. Dal Kanun, Capo XVII, primo del libro VII, intitolato "L'onore": «per l'onore offeso non c'è giudizio o tribunale. Perdonalo se vuoi, oppure lava la tua fronte imbrattata».
|