Che ricordo hai di Benedetta, cosa ha significato per te starle accanto durante la sua malattia? Non ho mai avuto una percezione particolare di Benedetta nella sofferenza anche se ricordo che a volte, negli ultimi tempi, mentre la imboccavo (qualche volta non restava nessuno a casa e mi capitava di farlo) dovevo tenere in mano un fazzoletto per asciugarle le lacrime che scendevano dall'occhio sinistro per gli spasimi della sofferenza. Eppure nella vicenda che pure doveva sembrare spaventosa a chi la vedeva per la prima volta (paralizzata, sorda, cieca, col nervo facciale leso) per noi piccoli di casa (magari a volte ci si abitua alle situazioni più tragiche), la sofferenza non era la cosa più evidente. Era semmai quella segreta gioia, tranquilla, sicura, che ci dava fiducia nella vita. Il sentimento più profondo di ingiustizia e di sofferenza (ero un ragazzetto di 14-15 anni) che ricordo era quando l'accompagnavo al pianoforte in quei lunghi pomeriggi d'estate assolati. Benedetta era già sorda e non sentiva il suono se non nella memoria. Si faceva accompagnare al piano per tenere in esercizio le dita. O come quando, dopo mangiato, io le facevo da bastone umano, accompagnandola in lunghi e lenti giri attorno alla tavola da pranzo, per cercare di tenere in esercizio le gambe, prima che si fermasse del tutto. Ecco, quei suoni che uscivano dal piano come un lamento, a me parevano lancinanti grida, non dico d'ingiustizia perchè questo non siamo mai stati abituati a pensarlo, ma di dolore, di tenerezza, di infinite domande senza risposte. A noi piccoli di casa ci aiutava a guardare più in là, a accettare il limite di non sapere tutto e di ringraziare di quello che non sappiamo di avere. Mai ho avuto noia della vita vicino a lei o la sensazione del dolore universale del mondo. Ho avuto la sensazione di non capire, ma che una risposta ci fosse, di questo mai lei ha dubitato e così ha insegnato a noi. Una volta, a una giornalista che ti chiedeva cosa significa confrontarsi con una sorella che sta per diventare beata, tu hai risposto: «Cosa significa per te "essere figlia di Dio"? Benedetta non è più mia sorella di quanto non lo sia tu». È una cosa che mi ha colpito molto... Come sei riuscito a scoprire, nel dolore di tua sorella, il segno di Dio, la sua grazia? Un tempo credevo che se fossi vissuto ai tempi di Gesù sarebbe stato più facile riconoscerlo. Adesso comincio a dubitarne, anche perché mi conosco meglio. Sarei stato anch'io tra i dubbiosi, gli incerti, certamente tra gli interessati. Ma poi, me ne sarei andato via col mio granello di saggezza. Aspettiamo, mi sarei detto. Di fronte al fallimento della croce me ne sarei tornato a casa magari sconsolato. Questo se fossi vissuto ai tempi di Gesù. Come se questi non fossero i Suoi tempi... come se questo non fosse il tempo in cui mi interroga. Così, certamente non posso che essere felice di aver incontrato nella mia vita Benedetta. È stata preziosa per me e potrà esserlo per altri. «Io credo che solo il dolore ingigantisca il nostro amore per Lui (?). L'odio è nella morte e l'amore è nella vita; ma bisogna soffrire vicino alla croce per capirlo.» Sono parole tratte dall'ultima lettera che ti ha indirizzato. Un itinerario di fede così luminoso che attualità può avere oggi? Ho letto le poesie della Glück in cui fa parlare Dio. «Quando vi ho fatti, vi amavo», scrive la poetessa di origine ebraica, «adesso vi compatisco». E ancora, «non state soffrendo perché vi siete toccati, ma perché siete nati, perché richiedevate una vita separata da Me. Ero qui prima. Prima che tu fossi qui. Prima che tu abbia piantato un giardino o la zizzania. E sarò qui, quando rimarranno solo il sole e la luna...» Sono poesie splendide, ma alle quali manca, se qualcosa manca, il senso della croce. Per me la croce (questo mi ha insegnato) è la riconciliazione di tutto. Dio non è più triste in questo giardino. È l'unico senso possibile seppure nascosto alla sofferenza innocente, al dolore e all'anoressia del mondo. Senza trionfalismi perchè Qualcuno che ti dia la vita, per fartene ritrovare il senso, è capace solo di commuovere dentro. C'è molta pietà popolare nei confronti di Benedetta Bianchi Porro? Sì, perché non è estranea al nostro dolore, perché conosce bene la nostra stanchezza, i nostri debiti. Perché ci sopporta e ci è amica, sempre. Perché ci insegna il lievito della pazienza e dell'attesa anche quando vorremmo sapere tutto e subito. Perché il paradiso non è poi, alla fin dei conti, così difficile da immaginare. [NdR] Intervista al fratello Corrado.
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